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Capitolo 3
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3. IL TERRITORIO DEL CONSORZIO DELLA BONIFICARENANA
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Il territorio del Consorzio della Bonifica Renana è compreso nel bacino interregionale del Fiume Reno, corso d'acqua che ha, insieme al Santerno, regime fluviale, grazie ai potenti materassi di arenarie e marne presenti nelle montagne in cui si forma. Questi, infatti, hanno grandi capacità di trattenere le acque meteoriche, alimentando sorgenti perenni. Il fiume, insieme ai suoi affluenti, prende origine nell'Appennino, in un'area caratterizzata da una piovosità abbastanza elevata, da 1.000 a 1.500 mm. annui, concentrata nei mesi compresi tra il novembre e l'aprile. Di conseguenza, le portate del fiume sono molto irregolari, con fenomeni di piena notevoli, talvolta di oltre 1500 mc/sec, contro portate medie che non giungono a 30 mc/sec. Data poi la composizione delle rocce e dei terreni del bacino interessato, le sue acque sono ricche di elementi solidi ed hanno la tendenza ad interrire l'alveo quando, per motivi di pendenza dei terreni attraversati, la velocità di transito delle acque diminuisce. Le caratteristiche appena dette del regime idrico del Reno sono all'origine di un numero elevatissimo di vicende disastrose che, nel tempo, hanno modificato il corso del fiume e il bacino di pianura dominato, tra la via Emilia e il territorio di Ferrara. Anzi, vale la pena ricordare che fin dai tempi antichi, le autorità preposte al controllo delle acque di Ferrara, videro sempre nel fiume Reno un problema aperto, dalle soluzioni difficili se non impossibili. Per questo, conviene ricordare brevemente la storia del fiume.
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Prima dell'anno mille, secondo i documenti giunti fino a noi, la situazione della pianura bolognese-ferrarese era di relativo equilibrio. Il fiume Po si divideva a Ferrara in due rami, il Volano che portava le proprie acque verso Nord, il Primaro verso Sud. Sotto al Primaro, nella sponda di destra, si estendeva una grande palude, la Padusa, nella quale si perdevano i fiumi ed i torrenti che scendevano dall'Appennino, tra questi il Reno. Nella Padusa, le acque depositavano le loro parti solide, quindi divenute limpide, confluivano nel Primaro e di lì al mare. Lentamente, la bassa pianura tra il territorio di Bologna e Ferrara veniva colmata ed innalzata. L'equilibrio fu sconvolto dalle due grandi rotte del Po a Ficarolo, nel 1152 e nel 1192. Il Po si aprì un nuovo alveo, chiamato Po Grande e Po di Venezia, con un corso più ampio, più breve e più veloce (perchè con maggiore pendenza) verso il mare. Le acque confluenti nel ramo che poi si divideva in Volano e Primaro diminuirono fortemente e si ebbe, come conseguenza, un calo delle acque paludose in destra del Primaro e la riduzione della Padusa
[1]. I corsi d'acqua appenninici si avvicinarono sempre più al Primaro. Ciò indusse la città di Bologna nel secolo XV e XVI ad arginare i fiumi e ad immetterli nel Primaro, liberando dalle acque vaste zone. Santerno, Lamone, Senio, Sillaro, Quaderna, Gaiana e Savena ebbero questa sorte a partire dal 1460. Ad essi seguì il Reno, immesso nel 1522 a monte della città di Ferrara
[2], nel breve tratto del Po che poi a valle della città si divideva in Primaro e Volano. Questo inalveamento portò conseguenze molto gravi per Ferrara, perchè le acque del Reno provocarono l'interrimento del Po di Primaro. Gli sforzi di escavazione dell'alveo, attuati dagli Estensi prima e dal governo Pontificio poi (la Grande Escavazione Clementina), non servirono a ristabilire l'equilibrio perduto. Tant'è che alla fine del secolo XVI, i fiumi e torrenti appenninici immessi nel Primaro furono disalveati e la palude andò di nuovo ad occupare le aree che in precedenza erano state messe a coltura. Il danno economico per il territorio bolognese fu gravissimo e comporò fra l'altro l'interruzione della navigazione diretta tra Bologna e Ferrara attraverso il Canale Navile. Il vantaggio per Ferrara, peraltro, ebbe breve durata. Infatti, all'inizio del secolo XVII, il governo pontificio, in cambio del riconoscimento dei suoi diritti sulla città di Ferrara (tolta agli Estensi) da parte di Venezia, accettò il taglio del Po Grande a Porto Viro. Con questo, i veneziani spostavano verso Sud la bocca principale del Po, in modo che le sue torbide, dirigendosi verso la costa di Ferrara, non interrissero la Laguna (come facevano in precedenza). Ciò portò all'innalzamento della costa ferrarese, alla difficoltà di deflusso delle acque nelle basse pianure costiere, alla compromissione della Grande Bonificazione Ferrarese. La situazione idraulica dei territori tra Bologna e Ferrara fu oggetto di un grande dibattito, tra chi sosteneva l'opportunità di portare il Reno ad immettersi nel Po Grande (come era stato fatto col Panaro nel 1622) e chi invece preferiva guidarne le acque lungo la linea delle valli in destra del Primaro. Tuttavia, minimi furono gli interventi, fino al 1740, quando dopo l'ennesima rotta del Reno, fu impostato un nuovo programma di risanamento dell'area Reno-Primaro, con la costruzione del Cavo Benedettino, che doveva convogliare nel Primaro le acque chiarificate delle Valli del Poggio e di Malalbergo e accogliere le acque del Savena e dell'Idice inalveati
[3]. La rovinosa rotta del Reno del 1750 (Panfilia), portò ad un rapido interrimento del cavo, che si rivelò ben presto insufficiente. Finalmente nel 1767, fu dato il via all'esecuzione del progetto Lecchi-Boncompagni, che prevedeva l'inalveamento del Reno lungo la linea detta "di valle in valle", dalla Panfilia al mare, utilizzando il Cavo Benedettino opportunamente riscavato ed il Primaro a valle del Traghetto
[4]. Nel corso dei lavori furono dati nuovi argini al Primaro, fu immesso il T.Savena nell'Idice, subito a valle di S.Lazzaro, e furono effettuati importanti interventi di deviazione dell'Idice, nelle valli di Marmorta e del Correcchio nel Sillaro. In questo modo, alla fine del '700, buona parte delle valli bolognesi fu liberata dalle acque stagnanti, sia pure a costo di un pesante indebitamento pubblico. Proprio per far fronte a questo, il Cardinale Boncompagni, che aveva diretto le opere di regimazione delle acque, impose la realizzazione del Catasto terreni.
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La sistemazione delle aree paludose consentì una crescita della produzione agricola, ma non risolse la grave crisi economica della città di Bologna, che veniva soprattutto dalla concorrenza estera sulla seta, la cui torcitura e tessitura era una delle principali attività della città
[5]. Di lì a poco, l'armata napoleonica entrò in Italia e sconvolse gli Stati esistenti nella penisola. Bologna diventò capitale del dipartimento del Reno. Ferrara del Dipartimento del Po, ambedue compresi nella Repubblica Cispadana, che più tardi rientrò nel Regno d'Italia. Negli anni seguenti al costituirsi del governo napoleonico a Bologna, la bonifica Lecchi-Boncompagni mostrò difetti gravi. Le tobide del Reno innalzarono il fondo dell'alveo e, pertanto, le acque della bassa pianura bolognese non trovarono più recapito permanente in esso. Le valli tornarono ad espandersi. Per tale motivo, il governo accolse l'idea di inalveare il Reno nel Po Grande, con un canale (di dieci miglia) che partendo dalla Panfilia, presso S.Agostino, doveva terminare al Palatone (poi lo sbocco scelto fu il Panaro, presso Bondeno e di lì al Po Grande). I lavori di scavo cominciarono nel 1807 e procedettero con alterne vicende. Nel 1813 l'Idice fu deviato a S.Martino in Argine e, di qui, insieme al Quaderna fu immesso in in'area arginata ad Est di Molinella, denominata Cassa di Colmata d'Idice e Quaderna (istituita con decreto del vice Re del 30 aprile 1813). Di lì a poco, i lavori del grande cavo furono interrotti a Bondeno, a causa della rovinosa caduta di Napoleone Bonaparte e del suo Impero. In seguito, per tutto l'800, furono realizzate opere di minore respiro, anche con l'intervento di privati.
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Nel 1825, il Cardinale Legato Giuseppe Albani disciplinò con decreto i rapporti tra i vari circondari (sette) in cui era diviso il territorio di destra Reno fino al torrente Sillaro. Questa regolamentazione era necessaria perchè lo scolo delle acque di alcuni non poteva effettuarsi che attraverso i condotti di altri. In ogni caso, le dettagliate disposizioni del decreto erano la prova evidente dello sforzo di minimizzare i danni, comunque inevitabili, derivanti dalle insufficienze di scolo del territorio, di cui le parti alle quote basse subivano il ristagno delle acque per lunghi periodi dell'anno (in alcune di esse si coltivava il riso, unica coltura possibile, che peraltro richiedeva - data la siccità estiva - serbatoi supplementari, a corona, per l'irrigazione). Peraltro, la condizione della bassa pianura bolognese e, insieme, di quella limitrofa ferrarese era tale che nessuna opera poteva veramente garantire nel tempo uno scolo adeguato. Lo stesso decreto Albani, appena menzionato, considerava provvisori i provvedimenti di gestione in esso contenuti, poichè prevedeva la realizzazione di un collettore generale per lo scolo di tutte le terre in destra del fiume Reno. Si aprì una nuova stagione di discussioni tecniche, che peraltro si arricchirono di nuovi argomenti relativamente agli strumenti per realizzare la bonifica
[6].
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Proprio nella seconda metà dell'800 furono messe a punto le macchine idrauliche per il sollevamento meccanico delle acque. Queste cambiarono la situazione delle terre a bassa quota assicurando in modo permanente lo scolo delle acque. Opere che, in precedenza, a causa della loro precarietà non erano convenienti, lo divennero per merito del sollevamento meccanico delle acque.
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Non mancavano i fautori dello scolo naturale, secondo i quali occorreva convogliare le acque della bassa pianura bolognese nel Reno, seguendo la cadente naturale. Fra i progetti presentati si ricordano quelli di Tornani, Galassi, Montanari e Ventura per convogliare tutte le acque del bolognese alla Bastia, ed immetterle poi nel Reno a S.Alberto. Tutti questi progetti restarono, tuttavia, sulla carta a causa dell'opposizione delle amministrazioni operanti nei territori ferraresi e ravennati che dovevano essere attraversati dal collettore di bonifica.
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D'altra parte la realizzazione di un collettore che, dopo aver sottopassato il Reno, avesse attraversato la valle del Mezzano, era oggettivamente difficile, a causa dei terreni cedevoli. Infine, i progressi dell'elettrotecnica, con la messa a punto di elettropompe a rendimento molto maggiore rispetto a quelle a vapore e a scoppio, dunque meno costose, portarono a sviluppare progetti di bonifica meccanica per zone delimitate (quelle più depresse). E' di questo periodo a firma dell'Ing. Brunelli il primo progetto per la bonifica meccanica del Riolo-Calcarata, con scarico nel Reno. Nel 1865, il parlamento dell'Italia unificata, promulgò la legge sui lavori pubblici, che riguardava anche le grandi opere di regimazione delle acque. In essa, tuttavia il problema della bonifica idraulica dei terreni paludosi veniva rimandato ad una legge speciale. La discussione su chi dovesse pagare le opere di bonifica e in quale misura, prese molto tempo. Si arrivò ad una soluzione, infatti, solo nel 1882, con la legge Baccarini. In essa, Stato, Province e Comuni assumevano a proprio carico il 75% dei costi di costruzione delle opere per le Bonifiche di 1° categoria, essendo queste definite per il rilevante interesse igienico-sanitario (occorre ricordare che più della perdita di produzione, le aree acquitrinose erano fonte di preoccupazione per la malaria). Le bonifiche di 2° categoria, invece, impegnavano lo Stato nella misura del solo 30%. Nella classificazione del 1885 solo cinque Comuni, Galliera, S.Pietro in Casale, Malalbergo, Baricella e Molinella, sui diciannove Comuni bolognesi, quattro ferraresei e due ravennati (25 in tutto) compresi nei cinque circondari già menzionati, furono considerati tali da rientrare nelle bonifiche di 1° categoria (dunque con rilevanti vantaggi igienici e sanitari). Ciò è stato attribuito alla disattenzione dei Consorzi bolognesi, i quali
[7] indicarono i comuni in condizioni più difficili, senza volere con ciò escludere gli altri. Numerosi progetti di risistemazione della bassa pianura bolognese furono approntati e discussi negli anni seguenti, tra cui anche una soluzione che prevedeva il sollevamento meccanico di tutte le acque del territorio con scarico in Reno. Sulla base di questi, il Genio Civile di Bologna redispose nel 1905 un progetto generale che contemplava
[8], l'allacciamento dei tronchi superiori (acque alte) degli attuali scoli in alcuni degli esistenti colatori principali, confluenti in due colatori generali, l'uno per il 3° e per il 4° circondario (il Lorgana inferiore e il Canale della Botte, con sbocco a Reno alla chiavica Beccara Nuova), l'altro per il 6° e 7° circondario (il Garda-Menata, con sbocco in Sillaro); costruzione di un nuovo canale per la raccolta delle acque basse, sottopassante con botte il Reno, e corrente sulla sinistra del fiume, fin verso la foce, dove si scaricava con chiavica nello stesso. A questo progetto, fu aggiunto più tardi quello inerente la bonifica meccanica del terzo circondario ed altre variazioni del progetto generale.
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Nell'anno 1909 (D.R. 11 febbraio, n. 535) venne costituito il Consorzio Speciale di Bonifica della Bassa Pianura Bolognese a destra del Reno, che assorbì i preesistenti Consorzi di scolo del 3°, 4°,5° 6°, 7° circondario. Il D.R. 18 ottobre 1913 n. 5096 modificò la denominazione in Consorzio della Bonifica Renana.
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Il progetto definitivo di bonifica fu predisposto dall'Ing. Pietro Pasini e fu approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici il 20 febbraio 1914. Pertanto, i lavori ebbero inizio in pieno periodo bellico e terminarono nel 1925. Il progetto dell'Ing. Pasini divideva il Comprensorio in due settori, il primo a sinistra dell'Idice, le cui acque confluivano nel Reno in località Beccara, il secondo a destra dell'Idice, le cui acque finivano nel torrente Sillaro in località Bastia. Fu costruita una rete di canali, con sviluppo complessivo di 858 Km, suddivisi in canali di acque alte, scolanti a gravità, e canali di acque basse, con scolo meccanico. Le idrovore di Saiarino e Vallesanta, dotate di 9 gruppi di pompaggio, con una portata massima ciascuna di 9,5 mc/sec furono inaugurate nel 1925. Numerosi manufatti, Botte sotto il Navile e Savena, le nuove chiaviche di Reno, Lorgana e Campotto, i ponti sui canali Lorgana e Botte in località Morgone e altri minori furono realizzati in tempi relativamente brevi, se si tiene conto delle difficoltà dovute al conflitto mondiale scoppiato proprio in quel periodo. In effetti, i lavori proseguirono per tutti gli anni trenta ed oltre sulla base di adattamenti del progetto iniziale (ad esempio, la grande chiavica di sbocco dell'Idice in Reno, che completava l'inalveazione dello stesso torrente nel fiume Reno, fu inaugurata nel 1938). Inoltre, dopo il Testo Unico sulla bonifica del 1933, i compiti del Consorzio si allargarono alla costruzione di strade, di acquedotti, elettrodotti e al consolidamento dei terreni di montagna e collina
[9]. Fu infatti costituito all'interno dell'organizzazione consortile, la cui attività si estendeva alla zona di montagna e collina, un reparto "Bacini Montani".
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La seconda guerra mondiale provocò gravi guasti alle opere di bonifica (il fiume Reno fu l'ultimo baluardo di difesa delle truppe tedesche, perciò tutto il territorio fu oggetto di imponenti attacchi aerei e terrestri), che tuttavia furono ripristinate abbastanza rapidamente. A fianco di questa importante azione, il Consorzio elaborò un nuovo Piano Generale con numerose nuove opere. Tra il '45 ed il '55 completò la sistemazione idraulica dei corsi d'acqua principali, Savena, Zena, Idice e lo stesso Santerno. In seguito si continuò nella sistemazione delle aree di collina e montagna con grandi opere di forestazione, di viabilità, di approvvigionamento idrico e di distribuzione di acqua irrigua nelle aree di pianura. Questi interventi, condotti in massima parte con il contributo finanziario del Ministero dell'Agricoltura, ebbero l'effetto di consolidare il territorio di montagna e collina e di garantire quello di pianura dagli eccessi idrici, di stimolarne la produttività, fornendo poi una serie di servizi importanti a tutta la società insediata sul territorio. In questo modo, fu promossa la continuità del tessuto economico dello stesso con rilevanti vantaggi economici e sociali.
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In prosieguo di tempo, tuttavia, una serie di modificazioni ambientali richiesero ulteriori adeguamenti delle opere consorziali. Infatti l'estrazione dei materiali litoidi negli alvei dei torrenti e dello stesso fiume Reno, la impermeabilizzazione di vaste aree a causa dello sviluppo urbano, industriale e della viabilità, la diminuzione delle aree a risaia, la subsidenza di alcune zone del comprensorio, le stesse modificazioni delle tecniche di lavorazione del terreno determinarono e, per la verità, continuano a determinare mutamenti del regime idrico e quindi delle esigenze in fatto di scolo ed utilizzo delle acque, cosicchè l'opera di bonifica non può dirsi mai completata.
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La costruzione del Canale Emiliano-Romagnolo, che attraversò il comprensorio senza interferire con le opere di scolo del Consorzio, ma che mise a disposizione acqua irrigua, fu un altro rilevante evento.
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Le funzioni in materia di bonifica e irrigazione furono trasferite col D.P.R. n. 11 del 1972 e col D.P.R. n. 616 del 1977 alle Regioni. La Regione Emilia-Romagna, con la Legge n. 42 del 1984, ha deliberato il riordino istituzionale dei Consorzi e, con L.R. 16/87, classificato di bonifica tutto il territorio regionale. Il Comprensorio del Consorzio è stato modificato sulla base del criterio di mantenimento dell'unità idrografica. In pratica, ad esso è stato tolto il bacino montano del fiume Santerno, che è passato sotto l'amministrazione del Consorzio di Bonifica della Romagna Occidentale.
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3.1.1 ORIGINE ED EVOLUZIONE DEL CONTRIBUTO E DELLA CLASSIFICAZIONE DI BONIFICA DEL TERRITORIO BOLOGNESE
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La lunga vicenda degli interventi tesi alla regimazione e controllo delle acque nel territorio bolognese, va di pari passo con l'elaborazione di principi e norme per coinvolgere i privati nell'esecuzione e, soprattutto, nel mantenimento delle opere idrauliche. Nell'Alto Medio Evo era dominante, a questo riguardo, un rapporto pattizio tra l'Autorità costituita, che aveva realizzato le opere principali, e il singolo privato. E' probabile che anche nel territorio di Bologna fossero diffuse le stesse consuetudini di cui esiste documentazione nei territori di Nonantola e Pomposa, dove le abazie benedettine davano i terreni bonificati in uso ai privati, con contratti di "enfiteusi" o di "livello", nei quali era espresso l'obbligo del concessionario di mantenere i canali e i manufatti di regolazione delle acque e, quasi sempre, di migliorare i terreni con opere di sistemazione.
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Cenni in proposito si trovano negli Statuti Bolognesi del XIII secolo e nello Statuto Ferrarese di Obizzo d'Este, dello stesso periodo. Più avanti, col costituirsi di nuove forme di Autorità politica, in particolare le Signorie, i rapporti pattizi furono superati e il costo delle opere di bonifica fu trasformato in un contributo fiscale o parafiscale.
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Con i Bentivoglio a Bologna e gli Este a Ferrara, nel XV secolo, fu istituita la "Conservatoria della Bonificazione", un inventario delle proprietà dei terreni bonificati, ai quali era attribuito un certo estimo, ovvero un reddito in diretta connessione col valore degli stessi. Nella zona del Polesine di Ferrara, esisteva un Libro dell'Estimo, da cui si desumevano i contributi pagati dai proprietari per l'esercizio e il mantenimento della ricca rete di canali. Dal secolo XVI e XVIII tutti i corsi d'acqua del territorio bolognese furono sottoposti all'autorità dell'Assunteria dei Confini e delle Acque, a cui facevano capo le varie Congregazioni, che provvedevano alla gestione delle acque, definivano le spese e le ripartivano tra i possidenti dei terreni. Le Congregazioni assomigliavano molto agli attuali Consorzi di bonifica. Vale la pena ricordare la Congregazione del "Cavo Benedettino", che si occupò appunto della realizzazione del canale voluto da papa Benedetto XIV, della utilizzazione del contributo finanziario elargito dalla Camera Apostolica, nonchè del riparto tra i privati delle residue spese di costruzione e di manutenzione delle opere idrauliche. Come già si è detto, i lavori di regimazione delle acque, nella seconda metà del XVIII secolo, secondo il progetto Lecchi-Boncompagni, portarono all'assetto idraulico della pianura bolognese che tuttora esiste. Furono appunto le spese ingenti e l'elevato debito pubblico contratto con il Monte Sussidio d'Acque, che si sommava a quello non ancora estinto con il Monte Benedettino, a spingere il Boncompagni, Cardinale Legato a Bologna, ad attivare il Catasto degli immobili, con l'intendimento di tassare tutte le categorie di possidenti, nobili compresi (fino ad allora esenti da pesi fiscali). Il programma Boncompagni fu interrotto dall'intervento di Napoleone I e dall'istaurarsi del governo napoleonico a Bologna. Sul piano amministrativo, il periodo napoleonico fu molto importante perchè avviò la riorganizzazione indispensabile per la soluzione dei problemi idraulici del territorio. In primo luogo, le legazioni pontificie furono soppresse e furono create le province. Bologna, insieme a Ferrara e Ravenna divennero province. La Sacra Congregazione delle Acque veniva sostituita dal Magistrato delle Acque che assumeva in proprio l'onere della costruzione e manutenzione dei fiumi e torrenti arginati. La provincia di Bologna era poi suddivisa in 6 "Circondari Idraulici" :
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il 1. Circondario- Cavamento Palata - fra il confine occidentale dellaprovincia diBologna ed il T.Samoggia
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il 2. Circondario- Dosolo - fra il T.Samoggia ed il F.Reno
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il 3. Circondario- Riolo e Calcarata - fra il F.Reno ed il Canale Navile
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il 4. Circondario- Canale della Botte - fra il Canale Navile, il vecchio alveodell'Idice
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il 5. Circondario- Saiarino e area compresa fra Idice e Quaderna
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il 6. Circondario- Garda e Menata, fra il Quaderna ed il Sillaro
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In ogni Circondario era istituito il "Consorzio" dei proprietari degli immobili che aveva il compito di manutenzione del reticolo idraulico minore e di riparto delle spese sostenute tra gli stessi proprietari. Ogni consorzio esprimeva una propria rappresentanza politica nella Delegazione.
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L'organizzazione territoriale stabilita nella breve epoca napoleonica diede ottimi risultati, tant'è che fu mantenuta quando lo Stato pontificio si riappropriò del territorio di Bologna. Nel "Regolamento dei Lavori pubblici di Acque e Strade", emanato nel 1817, i Circondari di scolo vennero mantenuti, mentre si cambiò semplicemente nome al Magistrato delle Acque, che divenne Sacra Congregazione delle Acque, con Congregazioni minori per ogni Circondario, al posto dei consorzi.
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La Sacra Congregazione aggiunse ai 6 Circondari "napoleonici" un settimo, dovuto alla suddivisione in due parti del Quinto Circondario a causa della deviazione dell'Idice avvenuta nel 1816.
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Il territorio dei Circondari restò delimitato a Sud-Ovest dalla Via Emilia., concorrendo tutti i possidenti di tale area alle spese di manutenzione e di esercizio necessarie alla regimazione delle acque
(Fig. 1) Il decreto già ricordato dal Cardinale Albani nel 1825, regolamentò la gestione dei sette Circondari, allo scopo di evitare le controversie che continuamente nascevano (ogni Congregazione cercava di liberare il proprio territorio dalle acque scaricandole su quello vicino).
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Le acque delle terre alte dilagavano verso valle, ristagnando su oltre 40.000 ettari di terre più basse, trasformandole così in lande paludose. A ciò si aggiunga che la situazione idraulica del territorio in sinistra dell'Idice era aggravata dal fatto che le acque torrentizie del Savena Abbandonato e del Canale Navile, sfocianti in Reno con insufficienti arginature, durante le stagioni piovose straripavano anch'esse, aumentando il disagio delle campagne sottostanti.
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Con l'annessione delle Legazioni Pontificie al Regno d'Italia, le Congregazioni circondariali presero di nuovo il nome di Consorzi. Nel 1885, a distanza di tre anni dalla promulgazione della legge Baccarini, le opere di bonifica della bassa pianura bolognese e ravennate furono classificate di prima categoria (D.R. 11.10.1885), con contributo dello Stato fino al 75%. Successivamente, la legge 22 marzo 1900, n. 195, istituì i Consorzi speciali per la bonifica delle terre paludose, prevedendo l'affidamento delle opere in concessione ai Consorzi stessi.
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Nel 1909, con D.R. 11 febbraio, n. 535, cinque dei Circondari del territorio bolognese (come già si è detto, dal 3^ al 7^) furono riuniti sotto il Consorzio Speciale di Bonifica della Bassa Pianura.
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Bolognese a Destra del Reno, (Bonifica già classificata di 1° Categoria e iscritta alla Tabella III della Legge 195/1900), denominato "Consorzio della Bonifica Renana".
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Tuttavia la soppressione dei 5 Consorzi Idraulici arrivò molto più tardi, nel 1929, dopo che il Ministero dei Lavori Pubblici aveva approvato lo Statuto del Nuovo Consorzio della Bonifica Renana. Nel 1931, con D.M. 2399 del 20 luglio, venne poi approvata la classifica dei beni immobili compresi nel perimetro definito di Bonifica di 1° categoria
(Fig. 2), rimanendo escluso da tale classificazione il territorio più tardi denominato III^ Distretto, corrispondente a parte dell'area meridionale dei soppressi Circondari Idraulici, le cui funzioni di esercizio e manutenzione venivano trasferite al Consorzio con R.D. 16 dicembre 1929
(Fig. 3).
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Un significativo mutamento avvenne poi alla fine del 1938, quando, a seguito della soppressione del Consorzio di Bonifica della Montagna Bolognese (R.D. 25 agosto 1938), il cui territorio era già classificato come bacino montano ai sensi del T.U. 30 dicembre 1923, n. 3267, per gli effetti del R.D. 13 febbraio 1933, n. 215, vennero aggregati al territorio consortile i bacini del Sillaro, Sellustra e Medio Santerno
(Fig. 4) . Nello stesso anno il Consorzio assunse la denominazione di "Consorzio della Grande Bonificazione Renana".
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Successivamente, con R.D. 24 dicembre 1942, n. 5760, vennero classificati di bonifica integrale i bacini del T.Idice ,del T.Zena e del T.Quaderna
(Fig. 5) .
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Inoltre, con R.D. 2 marzo 1942 n. 619, al Comprensorio - classificato di 1° Categoria - vennero aggregati i territori tributari dei canali Acquarolo, Fossano, Fossa Marza, Riolo e Centonara. A questo territorio furono successivamente aggregati i terreni tributari della Fossa Villa, classificati con D.P.R. 28.12.1952 n. 2522
(Fig. 6)
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Con Decreto 18 marzo 1955 venne riconosciuta all'Ente la qualifica di Consorzio di Bonifica Montana ai sensi della Legge 25 luglio 1952, n. 991, il cui ambito territoriale è indicato nella
(Fig. 8) .
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Il piano di classifica dei nuovi territori aggregati al Comprensorio di Pianura, fu approvato nel 1956.
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Nello stesso anno, con Delibera n. 260/D, del 15 giugno, fu approvata in via provvisoria la classificazione di bonifica del territorio della Cassa di Colmata d'Idice e Quaderna posto alla destra del torrente Idice.
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Nel 1957, poi, il bacino montano del torrente Savena venne classificato di Bonifica Integrale e aggregato al Comprensorio della Bonifica Renana (D.P. 01 febbraio 1957, n. 366)
(Fig. 7) .
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Nel 1961 il Consorzio assunse la primitiva denominazione di "Consorzio della Bonifica Renana" e, nel 1963, con D.M. 18 dicembre 1963, n. 2787, veniva estesa la classificazione di bonifica integrale anche al territorio pedecollinare, compreso fra quello già classificato e la Via Emilia
(Fig. 9) .
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Nel 1964 (D.M. del 12 novembre 1964, n. 13443), il Ministero dell'Agricoltura e Foreste approvò la suddivisione del territorio Consorziale in tre distretti, il 1° corrispondente all'area di pianura già classificata di Bonifica integrale di 1° Categoria, il 2° comprendente i territori di Montagna già classificati di Bonifica Integrale di 1° Categoria, ed infine il 3° corrispondente a gran parte dell'area meridionale degli ex Circondari di scolo (non classificati di 1° Categoria). Furono inoltre istituite due Assemblee, una in rappresentanza del 1° e del 3° Distretto (cioè dei proprietari dei beni immobili di pianura) e l'altra in rappresentanza del 2° Distretto
(Fig. 10) .
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Il Consorzio procedeva quindi allo studio per la classifica dei beni immobili agricoli ed extragricoli del 1° Distretto e, in data 19 settembre 1969, il Consiglio dei Delegati ne approvava la relazione. Allo stesso tempo, la gestione delle reti idrauliche del 3° Distretto veniva esercitata dal Consorzio ripartendo la spesa secondo i criteri in vigore presso i consorzi idraulici preesistenti. Al contrario, la parte del territorio a valle della Via Emilia, scolante direttamente in Acque Pubbliche, era esclusa dalla contribuzione di bonifica, pur godendo, come il territorio adiacente, dei benefici delle opere idrauliche e di presidio poste nell'ambito del bacino.
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Nel 1970, il Consiglio dei Delegati approvava la relazione dello studio per la classifica dei beni immobili, agricoli ed extra-agricoli, del secondo comprensorio, tutto classificato di bonifica integrale, fatta esclusione per l'area in Comune di S.Lazzaro di Savena ad Ovest della via Kennedy e della Via Martiri di Pizzocalvo, pur essendo tale area parte integrante del bacino imbrifero del Savena. Nel suddetto studio, gli immobili extra-agricoli posti negli abitati di Ozzano e di Imola ebbero un alleggerimento degli oneri (mediante un apposito coefficiente di riduzione) per ".....essere posti proprio a margine del Comprensorio e per la natura che li circonda, caratterizzata da terreni pressochè pianeggianti e aventi una situazione idrogeologica tale da non richiedere nè per il presente nè per il futuro interventi di particolare impegno tecnico-finanziario".
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Con i piani di classifica del 1969 e 1970 trovava applicazione il principio di assoggettare a contribuenza anche gli immobili urbani, già considerato fin dalla prima classifica approvata nel 1931 per il 1° Distretto di pianura.
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A seguito dei lavori di bonifica effettuati nel bacino dello scolo Acquarolo, posto fra il T.Quaderna ed il T.Gaiana, nel 1974, il Consiglio dei Delegati approvava la classifica dei terreni ricadenti nel bacino di scolo Acquarolo e quindi nel 1977, in seguito all'aggiornamento della precedente classifica del 1969 relativa al 1^ Distretto, introduceva anche i fabbricati dello stesso bacino nel piano di classifica.
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Nel 1985 veniva approvata la classifica dei terreni compresi nell'ex Cassa di Colmata di Idice e Quaderna, nei Comuni di Molinella ed Argenta (ciò a seguito della realizzazione delle opere di bonifica idraulica di quell'area). La classifica di tale territorio diventava operativa nel 1985, in seguito all'approvazione dell'Amministrazione Provinciale di Bologna, Ente delegato dalla Regione Emilia Romagna
(Fig. 11) .
-
Infine, nel 1987, è stata data attuazione alla Legge regionale n. 42/84, con l'istituzione del nuovo "Consorzio della Bonifica Renana" (Delibera 1665 del 12 novembre 1987) e decreto della Giunta Regionale di delimitazione del Comprensorio consortile (Delibera n. 620 del 19 ottobre 1987) per il riordino dei Consorzi di Bonifica. Tutti i territori non ancora classificati, compresi nel perimetro denominato "H" venivano classificati di 2° categoria. Inoltre con questo provvedimento viene aggregato al territorio consortile il bacino di pianura dello scolo Correcchio e Ladello per il quale è provvisoriamente adottato il piano di riparto della contribuenza in vigore presso il Consorzio precedente
(Fig. 12) .
-
Con lo stesso provvedimento, l'intero bacino montano del Santerno viene stralciato, passando sotto la giurisdizione del limitrofo Consorzio di Bonifica della Romagna Occidentale.
-
3.2 SITUAZIONE ATTUALE DEL
COMPRENSORIO DI BONIFICA
-
3.2.1 ASPETTI AMMINISTRATIVI E
GEOGRAFICI
-
Il Comprensorio del Consorzio della Bonifica Renana ha
attualmente una superficie di 187.603 ettari, di cui 68.474
Distretto), a Ferrara (3.743 ettari nel I° Distretto) e Ravenna (36
ettari nel I° Distretto).
[10]
Il Comprensorio di Mon comprende i bacini imbriferi affluenti del
fiume Reno, ossia quelli del Savena, Zena, Idice,Quaderna e Sillaro.
In essi sono
-
Il Comprensorio di Pianura ha una superficie quasi doppia rispetto a
quello di Montagna e su questo il Consorzio ha svolto la parte più
imponente del proprio intervento regolatore. Esso comprende un'area
fortemente industrializzata e "terziarizzata", che segue il corso
della via Emilia, da Bologna ad Imola. L'altra direttrice,
Bologna-Ferrara, è caratterizzata da un minore sviluppo economico,
anche se vi si trovano alcuni importanti insediamenti
industriali e urbani.
-
Il Comprensorio di Pianura si estende soprattutto nella provincia di
Bologna, ma comprende, come si è già detto, una zona della provincia
di Ferrara ed anche di Ravenna (
tab. 2).
-
-
-
La parte montana del Comprensorio, limitata a Nord dalla via Emilia, è
costituita geologicamente da formazioni sedimentarie, stratificate,
più o meno interessate da fenomeni metamorfici terziari.
Le formazioni più antiche sono rappresentate dalle arenarie e da
alcuni calcari marnosi, mentre più recenti sono le argille
scagliose ed i depositi li degli alvei e delle conoidi.
Le poche e povere sorgenti, l'eccessiva variabilità delle
precipitazioni e la brevità dei corsi d'acqua, fanno sì che
questi ultimi abbiano prevalente regime torrentizio, caratterizzato da
grandi portate invernali e primaverili e notevoli magre nei periodi
estivi.
-
Il territorio di Pianura, delimitato a Nord ed a Ovest dal fiume Reno
e dal torrente Sillaro, è costituito da una recente matrice
geologica di natura argilloso sillicea formatasi con gli eventi
alluvionali. Esso è solcato dalle aste arginate dei
fiumi che, specie nelle parti più basse, diventano pensili e da una
fitta rete di canali che provvedono allo smaltimento ed al recapito
finale nel Reno, o nei suoi affluenti, delle acque meteoriche piovute
in pianura. I terreni di pianura sono caratterizzati
da una una principale direttrice di inclinazione che va da Sud a Nord,
ossia dalla via Emilia verso il Reno e sono suddivisi in terre alte e
terre basse; le terre alte, costituite dai terreni della fascia più
prossima alla via Emilia, hanno una altimetria che varia da quota 50 a
quota 14 circa, mentre le terre basse, formate dai sottostanti
terreni, hanno quote che da metri 14 circa diminuiscono gradatamente
fino a toccare valori minimi di appena 5,00 metri in vicinanza
del Reno
(fig. 14). La Pianura è poi attraversata
diagonalmente dal torrente Idice che la divide in due settori
completamente separati; il corso inferiore dell'Idice, nel quale
sfocia l'affluente Quaderna, si sviluppa in fregio al territorio
dell'ex Cassa di Colmata di Idice e Quaderna, costruita nel secolo
scorso per bonificare "per colmata", i terreni posti fra Molinella e
Argenta, ed oggi utilizzata come Cassa di espansione del Torrente
Idice, per la regimazione delle piene di questo corso d'acqua.
-
-
Allo scopo di inquadrare sommariamente il clima che domina il
comprensorio di bonifica, si riportano alcuni parametri riassuntivi
delle grandezze più significative
-
-
Nella
tabella 3 sono riportati i valori delle temperature medie
mensili ed annue per le stazioni che presentano un funzionamento non
inferiore a 40 anni nel corso del periodo 1926-1985.
-
Da essa di rileva che la temperatura media annua è compresa, nella
zona di pianura del comprensorio tra i 13 ed i 14 °C. Il mese più
freddo risulta comunque gennaio (valori medi variabili da 1.6 a 3.3.
°C), ed il mese più caldo il luglio (valori medi variabili da 22.7 a
25.2 °C), sebbene anche l'agosto raggiunga sovente valori simili.
-
L'inverno è caratterizzato da temperature medie di 3 °C, l'estate da
valori di 23-24 °C, la primavera e l'autunno da temperature quasi
uguali a quella media annua prima detta.
-
-
Leprecipitazioni medie annue nel comprensorio variano dai 600 mm della
zona di Galliera e Malalbergo, fino agli 800 mm di Bologna, per
giungere a 1500 mm nel Comprensorio montano
(fig. 15).
-
L'andamento generale delle precipitazioni sul Comprensorio di Pianura
è riassunto nelle
tabelle 4, 5, e 6 riferite al periodo 1921-1985).
-
La
tab. 4 riporta i valori delle precipitazioni medie stagionali
ed il numero dei giorni
-
piovosi riferiti alle singole stagioni, mentre la
Tab. 5 riporta
informazioni riguardo alle precipitazioni estive verificatesi in anni
particolarmente siccitosi, di particolare interesse ai fini delle
pratiche irrigue.
-
Infine la
Tab. 6 riporta il numero di mesi che hanno presentato valori
di precipitazione inferiore od uguale a 10 mm.
-
-
L'analisi delle precipitazioni massime si basa su una recente idagine
condotta dal Prof. Ezio Todini sulle piogge intense del
Comprensorio della Renana.
[11]
-
L'analisi è stata condotta sulle serie storiche dei massimi annuali di
precipitazione per durata di pioggia tra 1 ora e 5 giorni, registrate
ai pluviometri esistenti all'interno dell'intero territorio (sia di
pianura che di montagna). Per quanto riguarda il territorio di
Pianura, l'area è stata suddivisa in 18 bacini di scolo aventi
recapito indipendente nei corsi d'acqua pubblici.
-
Fra questi i maggiori sono : il bacino della Botte e il
bacino del Lorgana in sinistra Idice, il bacino del Menata e quello
del Garda in destra Idice. Tutti gli altri bacini sono di dimensioni
molto più modeste : Saiarino, Correcchio, Centonara Ozzanese, Canale
di Budrio, Canale Prunaro, Laghetto, Fossa Grande, Fossadone,
Acquarolo Alto, Acquarolo Basso, Zenetta di Quarto, Calamosco, Carsè,
San Carlo.
-
Le stazioni di misura del Servizio Idrografico
all'interno del territorio sono 15 :
-
1)
Bologna
6) S.Benedetto del
Q.
11) S.Antonio
-
2)
Medicina
7)
Piancaldoli
12) Granarolo
-
3) Castel S.
Pietro
8)
Loiano
13) Baricella
-
4)
Fiorentina
9)
Alberino
14) Malalbergo
-
5)
Saiarino-Argenta
10) S.Giorgio di
P.
15) Colunga
-
Le stazioni 7), 8) e 9) sono state considerate per la zona montana,
mentre le restanti per la zona di pianura. Per ogni pluviometro
si sono calcolati i valori della media dell'altezza di pioggia, m,
e della deviazione standard, s, corrispondenti a durate di pioggia di
1 ora, 3 ore, 6 ore, 12 ore, 24 ore, 48 ore, 72 ore, 96 ore e 120 ore.
Per ogni durata di pioggia, cioè per ogni campione di pioggia, si è
determinata la curva di Gumbel. Secondo tale legge i
massimi annuali, h, di pioggia sono distribuiti secondo la relazione :
-
P=exp(-exp(-
(h-u)))
-
dove P è la probabilità di non superamento dell'altezza h. I
coefficienti
ed u sono i parametri della legge di distribuzione e
possono essere stimati conoscendo la media, m, del campione e la
deviazione standard, s.
-
= 1.283/s
-
u = m - 0.450*s
-
Il tempo di ritorno Tr, in anni, è legato alla probabilità P di non
superamento dalla elazione:
-
Tr = 1/(1-P)
-
Si è quindi calcolato P in funzione del tempo di ritorno Tr, della
durata di pioggia, tp, e della corrispondente altezza di
pioggia. Per ottenere le curve segnalatrici di possibilità
climatica si sono interpolati i punti corrispondenti sul piano tp-h
con una curva di regressione nella forma a . tp ^n .
-
Le figure n. 16,17,18,19 riproducono le curve segnalatrici
ottenute, corrispondenti ai tempi di ritorno di 10, 25, 50 e 100
anni, valevoli per i seguenti territori :
-
a) territorio con pluviometria compresa fra 600 e 650 mm/anno
(Sinistra Idice)
-
b) territorio con pluviometria compresa fra 650 e 700 mm/anno (Destra
Idice)
-
c) territorio con pluviometria compresa fra 700 e 750 mm/anno (Alta
Pianura e zona di Argenta)
-
d) territorio con pluviometria superiore a 750 mm/anno (zona
pedecollinare e montana)
-
-
-
Nella
tab. 7 si riportano i valori di evaporato potenziale medio annuo
registrato nel periodo 1980/1992 presso alcune stazioni
interne o contigue al
-
comprensorio di bonifica., dotate di evaporimetri classe A.
-
Il fabbisogno di integrazione irrigua della piovosità
naturale risulta con maggior evidenza prendendo in esame i seguenti
evaporati giornalieri medi
-
per l'Emilia Romagna (Fonte C.E.R., periodo di
riferimento = 20 anni).
-
- Giugno = 4,1 x 0,8 (*) = 3,28
-
- Luglio = 4,6 x 0,8 (*) = 3,68
-
- Agosto = 4,3 x 0,8 (*) = 3,44
-
(*) fattore di correzione dello strumento di
rilevazione.
-
Nell'ipotesi di adottare un coefficiente medio di
correzione Kc = 1, che ben si adatta alle caratteristiche delle specie
coltivate in Emilia Romagna, il consumo medio delle colture assume i
seguenti valori :
-
- Giugno = 3,28 x 1 x 30 = mm 98,4
-
- Luglio = 3,68 x 1 x 31 = mm 114,08
-
- Agosto = 3,44 x 1 x 31 = mm 104,64
-
_________
-
media mensile mm
106
-
Il fabbisogno è di gran lunga superiore non solo alla
quantità di pioggia caduta mediamente nel comprensorio nel periodo
estivo (vedasi
tabella 4), ma anche alla disponibilità idrica totale
utile per la pianta, comprensiva di riserva nel terreno e di
possibilità di attingimento da falda.
-
Non vi è dubbio quindi che una agricoltura razionale e
attenta ai problemi dei costi e della qualità dei prodotti debba poter
avvalersi, nel territorio del Consorzio, di una congrua disponibilità
di acqua irrigua.
-
3.2.2.2.5 DEFLUSSI NEI CORSI D'ACQUA ESTERNI AL
COMPRENSORIO
-
I corsi d'acqua del bacino imbrifero del fiume Reno presentano un
regime prevalentemente torrentizio. Pertanto l'andamento dei deflussi
è governato sostanzialmente dal regime delle precipitazioni, dal quale
si scosta leggermente in inverno e primavera per via dei fenomeni
connessi alla presenza ed allo scioglimento del manto nevoso.
-
Nella
Tab. 8 si riportano i valori delle portate medie mensili nel
trimestre giugno-agosto, annue e massime registrate nei principali
corsi d'acqua che attraversano il comprensorio di bonifica.
-
3.2.2.3
IDROGRAFIA DEL COMPRENSORIO DI BONIFICA IN PIANURA
-
-
Il progetto di bonifica del Comprensorio di Pianura, presentato nel
1914 a firma dell'Ing.Pietro Pasini, si ispira, tanto per il
territorio di sinistra Idice che per quello in destra, ai seguenti
criteri tecnici :
-
convogliare, mediante canalizzazioni
arginate, le acque delle terre alte direttamente in
Reno, impedendo il loro dilagare sulle terre sottostanti;
-
convogliare le acque delle terre basse agli impianti idrovori per
essere scaricate in Reno;
-
costituire un'apposita cassa di espansione allo scopo di immettervi e
contenere le acque sollevate delle idrovore nei periodi di eccessivo
livello del fiume stesso;
-
escludere, dal territorio, le acque estranee alla bonifica,
immettendole direttamente in Reno, in particolare, riunire in un unico
corso il Canale Navile e il Savena Abbandonato e portarli insieme a
sboccare in detto fiume con efficienti arginature;
-
escludere temporaneamente, dai lavori
della bonifica idraulica, i
terreni racchiusi nella Cassa di Colmata di Idice e di Quaderna in
attesa della colmata naturale da realizzarsi prima
dell'inalveazione dell'Idice in Reno
-
L'opera di bonifica, come già si è detto, ebbe inizio nel 1915 e
comportò una ingente mole di lavori ed un largo dispiego di
apprestamenti tecnici. Nel 1925, con l'avvenuta ultimazione
delle idrovore di Saiarino e Vallesanta, la bonifica idraulica poteva
considerarsi un fatto pressochè compiuto su circa 100.000 ettari
della pianura bolognese. Di essi, 40.000 ettari, ormai
riscattati dalla palude, potevano venire inseriti in un'agricoltura
attiva quanto e più di quella già insediata nelle terre dell'alta
pianura.
-
Il Comprensorio di Pianura, è suddiviso in aree a bassa giacitura,
corrispondenti alle antiche paludi, soggette a scolo meccanico
alternato, in aree a media giacitura, soggette a scolo naturale
intermittente, in aree ad alta giacitura scolanti a mezzo di canali di
bonifica o di canali privati, naturalmente nei corsi d'acqua pubblici.
Compito principale dei canali di bonifica è quello di assicurare lo
scolo delle acque di superficie garantendo un adeguato livello di
falda, necessario per una corretta alimentazione dell'apparato
radicale delle coltivazioni ed anche per un regolare scarico delle
acque provenienti dagli immobili extragricoli.
-
La rete dei canali di bonifica è sottoposta a periodici fenomeni di
piena che si verificano con punte più o meno elevate in tutte le
stagioni dell'anno.
-
Le acque di piena trovano recapito nei cavi pubblici attraverso
impianti idrovori (nei bacini a scolo meccanico) , chiaviche a porte
vinciane (nei bacini a scolo naturale intermittente) e tramite normali
immissioni (nei bacini a scolo naturale).
-
In caso di impossibilità di scarico nel Fiume Reno, il sistema
idraulico può contare sulle casse di espansione Campotto, Bassarone,
Traversante, Prato Levante, Lugo, Vallesanta, Prato Vallesanta, Punta
Signana e Cornacchia, che assicurano un volume d'invaso di circa
30.000.000 mc.
-
Una parte di queste casse d'espansione è oggi divenuta "Oasi
naturalistica delle valli di Marmorta e Argenta" in cui è stato
ricostruito dal Consorzio l'habitat dell'antica Padusa, anche con lo
scopo di salvaguardare specie animali e vegetali non in grado di
diffondersi in aree non protette. In questo il Consorzio
realizza, oltre ai normali scopi della bonifica, nuovi obiettivi di
salvaguardia ambientale e di valorizzazione del territorio.
-
Il territorio, caratterizzato da un'agricoltura moderna, con tecniche
di coltivazione e drenaggio specializzate, che ha avuto, negli ultimi
decenni, un notevole sviluppo urbano con
estensione della rete viabile e delle aree industriali, necessita oggi
più che in passato di essere salvaguardato da pericolose esondazioni o
ristagni d'acqua dannosi all'economia generale. Il
quadro delle opere idrauliche che costituiscono il sistema scolante
consorziale (che vede uno sviluppo totale di 1163 Km di canali al
servizio di 625 Kmq di superficie a scolo naturale e naturale
intermittente, 424 Kmq a scolo meccanico) è riassunto nella
Tab. 9 (elenco dei canali di bonifica),
Tab. 10 (elenco degli impianti
idrovori) e
Tab. 11 (volumi di invaso delle casse di espasione).
-
Il funzionamento del sistema è sommariamente esposto nel seguito
-
Mediante gli stabilimenti idrovori Saiarino e
Vallesanta le acque dei terreni bassi possono venire sollevate fino
alla quota idrometica 9,20 m.s.l.m. Allorquando le piene di Reno
giungono a livelli ancora superiori, cosa non infrequente
seppure per breve durata, le acque sollevate vengono immagazzinate
provvisoriamente nelle casse di espansione; tali casse rendono inoltre
più facile ed economico il funzionamento delle idrovore, le quali male
si adatterebbero a versare direttamente in un fiume
come il Reno, soggetto a rapidissimi incrementi e a grandi dislivelli.
Le casse di espansione di Campotto e Vallesanta possono servire di
ristoro anche alle acque dei terreni alti, nei momenti in cui i
relativi canali, esaurita la loro capacità di invaso, non riescono a
trovare recapito in Reno (scolo naturale intermittente).
-
La
tabella 12 contiene una significativa sintesi di
come siano diffusi lungo il reticolo scolante consorziale manufatti
come idrovore, chiaviche di scarico, botti , sifoni, ponti ed altre
opere minori. Il sistema scolante, come si è già detto, è
suddiviso in due settori non comunicanti : Destra e Sinistra Idice. I
singoli settori sono, a loro volta, suddivisi in terreni di acque alte
e terreni di acque basse. Le acque dei terreni alti della Sinistra
Idice trovano in generale recapito naturale in Reno alla chiavica
Beccara Nuova mentre le acque dei terreni bassi vengono sollevate
dall'Impianto idrovoro di Saiarino che garantisce lo zero di bonifica
a quota 4,00 sul livello del mare, e attraverso il canale Emissario,
scaricate in Reno. Nei periodi in cui il Reno
mantiene quote superiori a quelle degli argini
consorziali, tutto il bacino è
predisposto per contenere le acque in appositi
invasi che,secondo il progettista Pasini sono, di norma: per le
acque alte, il canale della Botte e, per le acque basse, la cassa di
espansione di Campotto, il Traversante e Prato Levante.
In realtà, negli ultimi tempi, si è verificato un fenomeno di
allungamento dei tempi di tenuta del Reno e, un ulteriore sovraccarico
di portata nei canali. Ciò è dovuto a modificazioni
climatiche ma soprattutto ai progressivi mutamenti del territorio che
scola le acque più rapidamente e in maggior quantità, in altre parole,
sono aumentati i coefficienti udometrici e diminuiti i tempi di
corrivazione
[12].
Tali fenomeni hanno reso sempre più frequente l'invaso delle casse di
espansione con acque dei terreni alti; manovra giudicata eccezionale
secondo il progetto Pasini. Le acque
alte del bacino della Destra Idice trovano naturale recapito in
Sillaro alla Bastia attraverso in canale Garda e il sussidiario mentre
le acque basse, convogliate nel canale Menata, vengono sollevate
dall'Impianto idrovoro di Vallesanta ed immerse anch'esse attraverso
il Sussidiario in Sillaro alla Bastia. Quando
al nodo idraulico della Bastia, punto di confluenza dell'Idice e del
Sillaro con il Reno, vengono superate le quote dei canali consorziali,
le acque alte dell'intero bacino vengono invasate di norma nel canale
Garda e le acque basse nella Cassa di Vallesanta. In
realtà anche in destra Idice, le modificazioni territoriali di cui si
è parlato hanno influito al punto che la rete delle acque alte è stata
spesso invasata anche nella Cassa di Vallesanta. Dopo la costruzione
dell'Impianto idrovoro (Due Luci) ed il potenziamento delle idrovore
di Vallesanta e del Forcaccio, il volume d'invaso della Cassa di
Vallesanta è ritornato interamente a diposizione del bacino dello
Scolo Menata. Nella
tabella 13 sono esposti, in sintesi i
risultati del presente studio, con riferimento alla determinazione dei
valori di portata idrologica venticinquennale presi a riferimento per
la determinazione dell' Indice di Sicurezza idraulica (vedasi cap.4.3.4.8).
-
-
Fino agli anni '60, nel Comprensorio di pianura a valle
della via Emilia, la pratica irrigua era limitata a poche colture e
fortemente condizionata dalla fonte di alimentazione. Se si fa
eccezione per le risaie, sempre alimentate dalle acque di scolo
accumulate nelle zone più depresse del Comprensorio, per le altre
colture veniva praticata un'irrigazione di soccorso, intervento volto
più ad impedire la perdita del raccolto che non al miglioramento
quantitativo e qualitativo del prodotto. La realizzazione del Canale
Emiliano Romagnolo, che attraversa il Comprensorio, ha reso possibile
una distribuzione irrigua meno precaria, potendo contare su una
dotazione irrigua di 16,85 mc/sec per un'area dominata di
circa 70.000 ha. La pratica irrigua, sempre necessaria ad una
agricoltura che si voglia collocare su un piano di stabilità
produttiva e di qualità, è condizionata dalle fonti di alimentazione e
dalla tipologia degli impianti di distribuzione irrigua esistenti.
-
Costituiscono fonti idriche : la falda acquifera, il Sistema
Navile-Savena, il Sistema dei Canali di Reno e di Savena , il F.Reno a
Bagno di Piano, il sistema degli invasi del Rio Rosso e di S.Martino
in Pedriolo in Comune di Castel S.Pietro Terme e, naturalmente, il
Canale Emiliano Romagnolo.
-
La falda acquifera è soprattutto utilizzata dall'agricoltura e
dall'industria nelle zone di conoide dell'alta e media pianura,
con pregiudizio per una risorsa che, per qualità, dovrebbe essere
conservata per soli usi acquedottistici.
-
Il sistema Navile e Savena domina circa circa 10.000 ha con una
portata media di 3,00 mc/sec, derivata dal F.Reno alla Chiusa di
Casalecchio, utilizzando come canale di alimentazione il Canale di
Reno e, più a valle, come vettori per la distribuzione, in gran parte,
i canali di bonifica (Bondanello,Riolo,Allacciante,Calamosco,Zenetta
di Quarto).
-
La qualità delle acque distribuite attraverso questo sistema
è purtroppo condizionata dalla concentrazione degli scarichi
fognari della città di Bologna, mentre la disponibilità dei volumi
d'acqua è fortemente dipendente dalla frequenza e dalla regolarità
degli scarichi idrici provenienti dalla diga di Suviana.
-
Nel territorio consortile sono possibili 6 diverse modalità di
attingimento per uso irriguo:
-
a) attingimento da pozzo o da derivazione privata, sistema attualmente
non sotto il controllo consorziale;
-
b) attingimento diretto dal C.E.R., consentita in via provvisoria, in
attesa della realizzazione di impianti irrigui collettivi;
-
c) attingimento da canale di bonifica direttamente o indirettamente
alimentato dal C.E.R. o dal Navile-Savena. Questo sistema, oggi
maggiormente diffuso, previlegia le aziende che si affacciano sui
canali di bonifica e comporta una elevata dispersione di risorsa
dovuta all'infiltrazione e all'evaporazione. La necessità di
invasare i canali comporta però effetti benefici soprattutto sotto il
profilo ambientale. Si fa particolare riferimento al sostegno
delle portate di magra con conseguente miglioramento della qualità
dell'acqua presente nella rete scolante e al ricarico della falda per
effetto dei volumi invasati.
-
d) attingimento diretto e indiretto da canaletta irrigua a cielo
aperto (Canaletta di Marmorta);
-
e) attingimento da condotto tubato con deflusso a gravità o a bassa
pressione;
-
f) allacciamento ad una rete di distribuzione tubata, con
diversa pressione di consegna alle aziende
-
Nella
tabella 14 sono evidenziati i dati delle superfici
irrigabili, suddivise fra aziende che praticano l'irrigazione e
aziende che non irrigano, nonchè delle superfici irrigate, con diversi
sistemi di attingimento. Per una descrizione schematica dei sistemi di
distribuzione irrigua, delle opere e degli impianti di pompaggio
irriguo, si veda la
tabella 15.
-
-
Il Canale Emiliano Romagnolo taglia l'intero Comprensorio di Pianura
ad una quota media di 17 m.l.m.
L'alimentazione del Canale avviene mediante derivazione di una portata
massima di 68 mc/sec dal Po, in sponda destra, in località Salvatonica
di Bondeno (FE), in prossimità dell'opera di scarico nel fiume
dell'Attenuatore delle piene del Reno ( Cavo Napoleonico ), che,
secondo quanto previsto dal progetto Giandotti (1939), assume la
funzione di vettore idrico (la funzione è consentita dal fondo
orizzontale dello scolmatore nel tratto compreso tra S.Agostino - ove
sono situate le opere di derivazione degli adduttori idrici - ed il
Po). L'immissione nello scolmatore delle acque derivate
dal Po, avviene mediante l'impianto di sollevamento del Palantone, nel
quale è prevista, in fase di piena utilizzazione, la installazione di
sei elettropompe centrifughe. Il pieno invaso del Cavo Napoleonico è
consentito solo dalla metà di maggio alla fine di settembre.
Le acque derivate dal fiume Po defluiscono lungo l'Attenuatore delle
piene del Reno - a quota 10,70 - da Nord a Sud, sino all'abitato di
S.Agostino (FE), in vicinanza del Fiume Reno.
-
A S.Agostino ha inizio il canale adduttore a servizio dei territori
ubicati in destra del fiume Reno, canale che si stacca dalla sponda
Est dello scolmatore con apposito manufatto di regolazione.
L'adduttore, che si sviluppa per una lunghezza di 130 Km (di cui 53
all'interno del Comprensorio) dal S.Agostino al mare, ha una portata
iniziale di 60 mc/sec ed a tale portata è stato dimensionato il
manufatto che sottopassa il Reno in località Panfilia, poco ad Est
dell'abitato di S.Agostino. L'eccezionale manufatto, lungo 520
m, è costituito da due canne in cemento armato di sezione
rettangolare, ognuna di cinque metri per quattro.
A S.Agostino è stato di recente realizzato un impianto di sollevamento
che consente il trasporto di una portata di circa 7,50 mc/sec, anche
durante la stagione primaverile, periodo nel quale è possibile un
invaso ridotto del Cavo Napoleonico, limitando la derivazione da Po a
25 mc/sec. Dopo aver sottopassato il Reno, il
canale prosegue, con un andamento Nord-Sud, sino in prossimità
dell'abitato di Galliera (BO) ove, a mezzo dell'impianto di
sollevamento della Crevenzosa, parte della portata addotta può essere
deviata negli scoli Riolo e Botte all'uopo opportunamente sistemati.
Dall'ultimo impianto di sollevamento il canale principale si sviluppa
con andamento Nord-Ovest, parallelo alla via Emilia, sottopassando i
diversi corsi d'acqua che solcano la bassa pianura emiliano-romagnola.
Il canale, nel suo corso, domina i terreni con giacitura inferiore a
quote che vanno da 18,20 a 12,50 m.l.m., dall'estremo Ovest
all'estremo Est del Comprensorio, e, tramite numerose chiaviche
di derivazione (
tab.17), consente l'invaso dei canali di bonifica che
lo sottopassano con manufatto in botte.
-
Allo scopo di servire pure i terreni a giacitura superiore, sono
previste adeguate strutture sussidiarie di risalita, da ubicarsi nella
sponda Sud del canale.
-
L'avvento del Canale Emiliano Romagnolo ha modificato la pratica
irrigua e sono stati realizzati impianti di derivazione e trasporto in
condotta a gravità o a bassa pressione per servire zone nelle quali
vi sono pochi canali di bonifica;
localmente sono stati realizzati anche impianti
pluvirrigui ad alta pressione (
tab. 16).
-
3.2.2.4
PEDOLOGIA E USO DEL SUOLO IN PIANURA
-
I suoli presenti nel territorio di Pianura sono il risultato
dell'alterazione dei sedimenti alluvionali, trasportati e depositati
dai fiumi e dai torrenti appenninici quali il Reno, il Savena, l'Idice
ed il Sillaro. La trasformazione di questi sedimenti
è avvenuta attraverso processi chimici, fisici e biologici
condizionati dal clima, dalla vegetazione, dalla morfologia del
territorio e dall'azione antropica. La
carta dei suoli, realizzata dall'Amministrazione Provinciale di
Bologna, con la collaborazione della Regione Emilia-Romagna e del
Consorzio della Bonifica Renana
[13],
individua diverse tipologie di suolo, classificate secondo la
granulometria, la tessitura, la componente organica e la composizione
chimica. Il Comprensorio di Pianura, nella direzione
Sud e Nord, si può dividere, per pedologia, giacitura e tipologia
colturale, in tre diversi ambiti territoriali. A
ridosso dei rilievi collinari, subito a valle della via Emilia, si
trova l'ambiente delle conoidi alluvionali, costituito da sedimenti
fluviali che si sono depositati a ventaglio allo sbocco delle valli.
Nel corso dei millenni, i fiumi hanno inciso questi depositi di
conoide, il che ha consentito una relativa stabilità di queste terre e
favorito il processo di formazione dei suoli agricoli e
conseguentemente gli insediamenti umani.
Allontanandosi dal margine pedecollinare, in direzione Nord-Est, il
paesaggio subisce una graduale trasformazione. I fiumi e i torrenti
diventano sempre più pensili, sollevati cioè rispetto al piano di
campagna mediante un sistema di arginature e di inalveamenti
artificiali lungo i dossi fluviali, con rilievo di alcuni
metri rispetto al piano di campagna. I terreni
circostanti sono caratterizzati da materiali relativamenti
grossolani, depositati dai corsi d'acqua in occasione di piene o
tracimazioni. Le rotte fluviali, le diversioni d'alveo naturali
e artificiali hanno creato tutta una serie di paleoalvei, cui
corrispondono oggi terreni dalle caratteristiche di elevata fertilità,
a tessitura sciolta, ben drenati e facilmente lavorabili.
Si tratta di terreni che per la loro posizione elevata,
rappresentavano una sicurezza nei confronti delle piene fluviali che
di frequente si verificavano in Pianura. In questi
terreni sono possibili svariati tipi di coltivazioni specializzate,
dalla patata, alla cipolla, alla bietola, agli ortaggi, ai frutteti.
Accanto a queste terre "alte", destinate un tempo alla coltura
della canapa e dei cereali, erano presenti aree depresse
caratterizzate in passato dai periodici allagamenti che ne impedivano
una stabile coltivazione. Queste aree, che
alternavano periodi di sommersione a periodi di emersione, erano
riserva, per l'agricoltura bolognese, di foraggi e di vegetali
spontanei per la lettiera del bestiame. Esse costituiscono oggi
l'ambiente ideale per le colture erbacee ed orticole da pieno campo e
per alcune specie frutticole. Le aree
più depresse prima della bonifica erano perennemente allagate, e
rivestivano anch'esse un ruolo determinante nell'economia rurale,
perchè fornivano canne e giunchi, rappresentando un luogo ideale
per la caccia e la pesca. In queste aree, oggetto prima
di
bonifica per colmata poi di bonifica a sollevameno meccanico, si
creò l'ambiente favorevole per lo sviluppo delle risaie,
in virtù dei fertili sedimenti apportati dalle piene fluviali.
Attualmente queste ex valli sono caratterizzate, per la natura
fortemente argillosa del substrato e per le condizioni ambientali che
hanno limitato l'insediamento umano e l'utilizzo del
suolo, esclusivamente dalle colture erbacee meno esigenti.
-
Le trasformazioni dell'ambiente, in dipendenza di un diverso uso del
suolo, condizionano i deflussi della rete di bonifica, richiedendo
alla stessa livelli di sicurezza non sempre compatibili con le
capacità di invaso dei canali, progettati all'inizio del secolo per
smaltire le acque di drenaggio dei terreni agricoli .
-
Come già detto, l'aumento delle aree impermeabili, causato dallo
sviluppo delle aree edificate e dalle asfaltature stradali, ha ridotto i tempi di
corrivazione ed aumentato il volume d'acqua che, non potendosi più
infiltrare nel terreno, affluisce alla rete, contribuendo ad aumentare
decisamente le portate di piena.
-
Tale fenomeno riduce la sicurezza idraulica del territorio e impone un
adeguamento delle reti il cui costo deve essere posto a carico dei
consorziati extragricoli.
-
L'inquinamento delle acque derivate dagli insediamenti industriali e
civili (
tab. 18), oltre al degrado ambientale, induce anche maggiori
oneri manutentori, per effetto della maggior crescita della
vegetazione spontanea e per i danni alle strutture metalliche (pompe,
paratoie), interessate da ricorrenti fenomeni corrosivi.
-
Un'altra trasformazione che ha subito il territorio è costituita dalla
scomparsa pressochè totale della coltivazione del riso.
A tale pratica era riservata una grossa porzione di territorio, che
superò negli anni precedenti la seconda guerra mondiale i 10.000
ettari effettivamente coltivati. In passato
quindi la rete di bonifica poteva usufruire di vaste aree che
trattenevano le acque meteoriche e se ne liberavano solo quando il
fenomeno di piena era terminato. I terreni potevano
sopportare allora un notevole invaso d'acqua senza riceverne
danno, con vantaggio per la rete scolante, sollecitata da
portate di minor intensità.
-
E' noto infine che l'esercizio della bonifica meccanica ed il
conseguente rapido prosciugamento dei terreni provoca un costipamento
dello strato di terreno superficiale. Va detto comunque che dalla
costruzione della bonifica ad oggi la subsidenza superficiale
provocata dall'esercizio della bonifica non ha fatto registrare
cedimenti di grande rilievo.
-
Ben altre sono le cause che hanno prodotto in alcune zone del
Comprensorio un calo di più di 40 centimetri e localmente anche
cedimenti dell'ordine del metro : si tratta di un fenomeno di
subsidenza di strati profondi avvenuto a seguito dei grossi
emungimenti di acqua e gas naturali effettuati nel dopoguerra.
In generale si può affermare che il fenomeno della subsidenza, se
generalizzato, provoca inconvenienti al funzionamento delle opere di
bonifica; particolarmente dannoso risulta invece il fenomeno dei
cedimenti localizzati, dovuti a specifiche aree di emungimento e alla
forte incidenza della componente organica dei terreni. In questo caso
possono essere messi fuori uso manufatti, traverse, paratoie od altri
organi di manovra e regolazione, la cui altimetria risulta sconvolta
in relazione ad altri punti idraulicamente interconnessi.
-
Vi è da ricordare che oltre a tali fenomeni se ne verificano altri
inversi : interrimenti ed innalzamenti di alveo, in misura tale da
rendere inutilizzabili antiche chiaviche o manufatti, oggi sovrastati
dal terreno di riporto. Gli scarichi civili e
industriali, e, in minor misura, gli interventi colturali, sono i
principali responsabili dell'inquinamento delle acque dei canali di
scolo.
-
Gli interventi che il Consorzio, per competenza, è chiamato a
progettare e a realizzare, con il finanziamento pubblico, per mitigare
l'impatto ambientale dell'attività antropica, sono opere di
rinaturalizzazione, di restauro delle aree boschive di pianura e, ove
possibile, di fito-auto depurazione nei canali di bonifica.
-
3.2.2.5 IL DISSESTO E GLI INTERVENTI NEL COMPRENSORIO DI MONTAGNA
-
Le principali cause del dissesto esistente nel Comprensorio di
Montagna sono da attribuirsi all'ambiente geologico, alle estrazioni
lapidee, avvenute soprattutto in passato negli alvei torrentizi, al
mutamento delle tecniche di lavorazione dei terreni ed alla scomparsa
delle pratiche di minuta manutenzione del suolo dovuta all'esodo
rurale. L'abbassamento degli alvei per effetto delle
escavazioni ha dato luogo all'aumento della velocità dell'acqua ed
alla progressiva incisione degli alvei stessi, con conseguente
scalzamento delle pendici e pregiudizio dell'efficacia delle opere di
difesa del suolo e dei manufatti già realizzati.
L'ambiente geologico, per sua natura, favorisce i fenomeni di dissesto
naturale, fenomeni che oggi sono più evidenti perchè interessano più
da vicino l'opera dell'uomo (strade, abitati, etc.) e quindi
costituiscono un danno economico e ambientale non più trascurabile.
-
Nell'ambiente del flysch
[14],
che è presente nella valle del Sillaro, sul versante sinistro della
valle dell'Idice, alla testata della valle dello Zena e nella valle
del Savena sopra Monzuno, il dissesto è in genere caratterizzato
da frane di scivolamento di banchi a prevalente matrice argillosa su
spessori marnosi. Gli interventi possibili debbono
riferirsi alle sistemazioni idrauliche quali canalizzazioni e drenaggi
atti ad evitare le infiltrazioni e le erosioni degli strati argillosi.
-
Nell'ambiente delle argille scagliose che interessa principalmente le
vallate del Sillaro, del Sellustra, del Quaderna e, in misura
minore, le restanti vallate dell'Idice, dello Zena e del Savena, il
dissesto è di tipo "naturale" e si presenta con una franosità diffusa
per la quale è inutile e spesso dannoso qualsiasi intervento di
sistemazione, che non sia volto a salvaguardare abitati o strade.
-
Le argille scagliose, che possono trovarsi in forme calanchive e non,
costituiscono l'unica fonte di ripascimento delle aste torrentizie.
Nell'ambiente delle argille plioceniche, il dissesto è caratterizzato
dalla formazione di colate fangose che sono da contenere di norma con
la realizzazione di briglie in terra realizzate, partendo dal basso,
con gradualità onde consentire successive colmate.
-
Nell'ambiente delle Molasse, formato da sabbia e arenaria del
Pliocene, che si trova prevalentemente nelle Valli dell'Idice, dello
Zena e del Savena, i dissesti sono caratterizzati prevalentemente da
frane di crollo. L'ambiente alluvionale
pedecollinare, in genere relativamente stabile, è interessato da
interventi di estrazione di materiale lapideo che hanno lasciato
profonde depressioni nelle zone perialveari e causato la scomparsa di
importanti depositi alluvionali dei corsi d'acqua, con pregiudizio per
il ricarico della falda profonda.
Il ripascimento artificiale degli alvei fluviali è
operazione di lunghissimo periodo, è possibile comunque favorire il
fenomeno intervenendo con opere di imbrigliamento che riducano la
velocità dell'acqua, nei tratti incassati dei corsi d'acqua in cui
l'erosione del materiale fine è eccessiva, consentendo il deposito di
materiale lapideo.
-
Occorre comunque realizzare briglie che non trattengano del tutto le
ghiaie e che si inseriscano correttamente nell'ambiente fluviale.
-
Esistono infine zone nelle quali si trovano insieme numerose
formazioni geologiche . Nel versante destro dell'Idice convivono
infatti la Vena del Gesso e i banchi arenaceo-calcari del Miocene e le
argille scagliose, mentre nel versante sinistro le marne argillose del
Messiniano e le marne grigie sabbiose del Tortoniano che si
estendono fino al Savena, alle porte di Bologna. I dissesti in
queste zone sono causati dall'eterogeneità delle formazioni e
localmente anche dall'azione dell'uomo.
-
-
Le opere di bonifica montana attengono prevalentemente alla categoria
degli interventi di difesa e conservazione del suolo, oltre che alle
infrastrutture di valorizzazione del territorio montano, come strade
interpoderali o di accesso alle opere stesse,acquedotti rurali, invasi
ottenuti da sbarramenti o utilizzando le aree golenali abbandonate
dalle attività estrattive, rinaturalizzazioni e interventi forestali.
-
La L.R.42/84 ha escluso l'intervento del Consorzio nelle pertinenze
del Demanio fluviale, affidato ai competenti uffici regionali. Ciò
nonostante l'attività del Consorzio in materia di manutenzione e
costruzione di nuove opere si estende su un'area di vaste proporzioni
e interessa miglia di piccole e medie opere poste sugli alvei minori e
sulle pendici. Le opere oggetto della pianificazione e della vigilanza
del Consorzio, essendo la costruzione e la manutenzione delle
stesse a carico della Regione, sono evidenziate nella
tabella 19,
nella quale è anche indicata la suddivisione fra le competenze
consorziali e quelle degli uffici regionali.
-
3.2.3 ASPETTI SOCIO-ECONOMICI ED
AGRICOLI DEL COMPRENSORIO
-
Il Comprensorio del Consorzio della Bonifica Renana ricade per il 96%
nella provincia di Bologna, la cui superficie territoriale (370.219
ettari) è circa il doppio di quella del Comprensorio. Pertanto,
non si possono assumere i dati statistici della popolazione,
dell'economia e dell'agricoltura relativi alla provincia come
significativi del Comprensorio. D'altra parte, i confini
del Comprensorio non corrispondono alle delimitazioni amministrative
di numerosi Comuni, sicchè anche la somma dei dati relativi ai Comuni
interessati al Comprensorio non corrisponde alla realtà dello stesso.
Tuttavia, una stima dei dati nei Comuni che entrano solo in
parte nel Comprensorio (assumendo una percentuale proporzionale alla
superficie territoriale del Comune che entra nel Comprensorio),
consente di esporre un quadro abbastanza fedele alla realtà. Va
premesso, naturalmente, che questo quadro è fortemente influenzato
dalla presenza nel Comprensorio della città di Bologna.
-
3.2.3.1
POPOLAZIONE ED INSEDIAMENTI
-
La prima osservazione da fare è che il Comprensorio presenta un
insediamento umano sensibilmente più elevato che nella restante parte
della provincia di Bologna. Infatti, su poco meno
della metà della superficie provinciale, esso comprende oltre il 60%
della popolazione (554.147 unità, escluse le parti dei tre Comuni non
ricadenti nella provincia, su un totale provinciale, nel 1991, di
904.968 unità). Ciò è in parte ovvio per quanto è già
stato detto sulla città di Bologna, per i fitti insediamenti intorno
ad essa e sulla direttrice della via Emilia, nel tratto che collega la
città con Imola. Conviene aggiungere che l'evoluzione
degli insediamenti, con spostamento della popolazione da un punto
all'altro è stata rilevante e ancora si mantiene molto vivace.
Il fenomeno più importante è certamente la riduzione della popolazione
nel centro urbano di Bologna, con conseguenza di crescita molto
forte dei comuni posti nella cintura urbana. Esempi
di questo sono i Comuni di Sasso Marconi (+51,6% nel trentennio
'61-'91) di Casalecchio (+77,7%), di Calderara di Reno e Argelato
(+128,8% e 96,5% rispettivamente), di Castel Maggiore (+119,4%), di
Castenaso (+146,3%), di Granarolo (+66,1%), di S.Lazzaro (+151,6%),
Ozzano (+116,5%). Un fenomeno altrettanto interessante è la
crescita demografica dei Comuni sulla Via Emilia, come Imola (+20,3%),
Dozza (+76,1%), Castel S.Pietro (+33,3%). Al di
fuori di queste tendenze, peraltro, esistono Comuni in crescita
autonoma, situati in ambiti a sensibile calo demografico.
E' il caso di Pianoro (+87,7%), nella zona di collina o di Pieve di
Cento (+38,7%) in quella di pianura. I Comuni in
calo demografico sono prevalentemente quelli della montagna e della
collina come Monghidoro (-8,2%), S.Benedetto (-18,9%), Casalfiumanese
(-21,1%), Fontanelice (-27,7%), Castel del Rio (-45,5%), ma anche
quelli della pianura "lontana" da Bologna e dalla via Emilia, come
Medicina (-10,1%), Molinella (-13,2%), Castel Guelfo (-11,3%),
Galliera (-8,0%). Bisogna aggiungere, peraltro, che
nell'ultimo decennio 1981-91 molti Comuni di quest'ultimo gruppo sono
in leggera ripresa, a causa di un sensibile spostamento residenziale
verso aree meno congestionate ed anche di un apprezzabile sviluppo
artigianale e industriale.
-
Nel complesso, l'evoluzione nel tempo della popolazione del
Comprensorio non differisce da quella dell'intera provincia (
tab. 20),
con una crescita del 10,2% nel ventennio 1961-81 (10,6% nella
provincia) e un calo del 4,5% nel decennio successivo (-2,7% nella
provincia), causato essenzialmente dalla caduta della natalità
(particolarmente forte nella città di Bologna). Ciò porta la
pressione demografica al dato rilevato verso la metà degli anni
settanta. In ogni caso, la dinamica demografica, con tutte le
sue conseguenze residenziali, appare elevata e tale da influenzare
profondamente l'assetto del territorio, anche dal punto di vista
dell'utilizzazione e dello smaltimento delle acque.
-
-
All'insediamento appena descritto, corrisponde un sistema economico
fortemente strutturato, che concentra una capacità di produzione e di
reddito rilevanti, valutabili ai 3/4 delle capacita' provinciali
e, a conti fatti, pari a circa un quinto della capacità dell'intera
regione Emilia-Romagna. E' appena il caso di ricordare che,
secondo la disaggregazione dei dati sul reddito prodotto in
Italia effettuata dall'Istituto Guglielmo Tagliacarne, la provincia di
Bologna è nei primi dieci posti del reddito pro-capite tra le
provincie italiane, superando di oltre il 30% la media nazionale.
[15]
-
In particolare, forte è la concentrazione nella provincia delle
attività terziarie e della pubblica amministrazione, che insieme
giungono a costituire oltre il 56% del sistema economico (il 46%
per le attività terziarie e il 12% per l'amministrazione pubblica e le
altre istituzioni sociali). Queste attività sono in grande
parte insediate nel capoluogo provinciale, quindi nel
Comprensorio del Consorzio. Peraltro, anche le attività
industriali hanno notevole rilevanza, incidendo sul reddito
prodotto nella provincia per il 39%. Il residuo 3% è costituito
dall'agricoltura che occupa intorno al 5% della popolazione
attiva totale. La maggiore incidenza della popolazione
attiva agricola sulla totale, rispetto all'incidenza della produzione
agricola sulla totale, sottolinea il fenomeno generale della
minore produttività del lavoro agricolo (espresso come rapporto tra
valore aggiunto e occupati) rispetto a quella del lavoro
extra-agricolo e, insieme, delinea la condizione di maggiore
invecchiamento della popolazione attiva agricola rispetto alla
popolazione attiva totale. Conviene ricordare che buona
parte del lavoro agricolo, il 79,2% secondo il Censimento
dell'agricoltura del 1990, è fornita da lavoratori inseriti in
famiglie coltivatrici, insediate in aziende agricole di piccole e
medie dimensioni territoriali. Tutto questo non fa
che confermare il profilo di spinta "terziarizzazione" dell'economia
provinciale e quindi dell'economia comprensoriale, sia in senso
statico che in senso dinamico. Opera, come stimolo in tale
direzione, la vasta rete infrastrutturale, con strade,
autostrade, linee ferroviarie (lo scalo ferroviario di Bologna è
potenzialmente il più importante del paese) elettrodotti e gasdotti.
-
Tutto questo dimostra che l'intervento di bonifica integrale nel
Comprensorio ha raggiunto pienamente gli scopi originari e che ciò ha
portato ad un'imponente crescita economica della società insediata
nello stesso Comprensorio.
-
Per altro verso, ciò rende molto elevato il rischio conseguente ad
eventuali carenze di controllo della rete, predisposta per il
regolare deflusso delle acque, e per la relativa utilizzazione, oltre
che per la conservazione del suolo nelle zone declivi.
-
-
L'attuale struttura agraria del Comprensorio è il risultato di una
forte evoluzione, che modifica le due realtà agricole precedenti,
quella del podere a mezzadria o comunque a conduzione familiare delle
zone alte, quella dell'azienda a colture industriali specializzate e
anche frutticole, spesso a conduzione capitalistica, delle zone
basse, di bonifica più recente. Le tendenze del passato e
quelle oggi in atto, portano ad un ampliamento in termini tecnici ed
economici del "podere", al mutamento degli indirizzi produttivi (nel
senso della semplificazione e specializzazione), al mantenimento della
conduzione familiare, ma alla fine della mezzadria. Per altro
verso, spinte di ampliamento e specializzazione si osservano anche
nelle aree con tradizione di impresa capitalistica, insieme a tendenze
generali di crescente ricorso a servizi di imprese meccaniche, quindi
con smobilitazione di capitale all'interno delle aziende agrarie.
Analoghe tendenze si sono manifestate in tutta la struttura agricola
provinciale, rispetto a cui la struttura del Comprensorio ha
dimensioni fisiche superiori - dovute senza dubbio alle sue aree di
bonifica relativamente recente - ed una caratterizzazione di
imprenditorialità "capitalistica" più accentuata. Se
si prende, infatti, il Comprensorio compreso nella provincia di
Bologna (cioè escludendo le piccole aree di Firenzuola, Argenta e
Massalombarda) e si confronta con l'intera provincia, si
osserva (secondo i dati del Censimento al 1990) una superficie
media aziendale di 13,6 ettari, contro una superficie media
provinciale di 12,2 ettari (
tab. 21).
-
Nel Comprensorio, la conduzione diretta del coltivatore interessa
soltanto l'85,7% delle aziende (con una superficie media pr azienda di
10,7 ettari), mentre nella provincia arriva al 90,6% (con una
superficie media di 9,9 ettari). Dunque, le aziende a "base
familiare" sono nel Comprensorio meno numerose e più ampie.
Infatti, nell'ambito delle aziende a conduzione diretta, sono più
frequenti che nella provincia le aziende che fanno ricorso a mano
d'opera extra familiare, con superfici unitarie che vanno dal doppio
circa a tre volte, rispetto alle aziende lavorate esclusivamente dalle
famiglie "contadine". La differenza tra l'agricoltura
comprensoriale e quella provinciale diventa ancora più accentuata se
si considerano le aziende a conduzione capitalistica. Queste
sono il 13% del totale e occupano il 31,2% della superficie, con una
superficie media tripla rispetto alle aziende condotte direttamente
dal coltivatore, mentre a livello provinciale esse sono il 7,7%
del totale sul 18,7% della superficie. In sostanza,
nel Comprensorio sono concentrate il
73,7% di tutte le aziende a
conduzione capitalistica della provincia e il 63,4% della superficie
compresa in aziende capitalistiche della provincia.
Questa "diversità" del Comprensorio è legata, come già si
detto, alla bonifica relativamente recente di molte sue aree,
all'esistenza di proprietà in media più ampie rispetto alle zone
circostanti e, infine, ad una maggiore tradizione di
"imprenditorialità". Vale la pena ricordare che ricadono nel
Comprensorio molte aree un tempo a coltura canapicola e risicola, che
erano le produzioni ricche e rischiose di imprenditori
capitalisti, spesso affittuari su terre di medi e grandi proprietari.
Queste colture, che avevano nell'ambito provinciale un importante
indotto, furono poi sostituite in buona misura, dopo la seconda guerra
mondiale, dalle colture frutticole e viticole, a cui si affiancò la
barbabietola da zucchero,
[16]
alcune colture orticole (aglio, cipolla, patata) e, in tempi
relativamente recenti, la soia.
-
Dal punto di vista dell'utilizzazione del Comprensorio si rileva che
secondo il Censimento dell'agriocltura del 1990, l'82% è seminativo
(pari al 59,2% del seminativo provinciale, mentre la SAU del
Comprensorio è pari al 56,1% di quella provinciale), mentre l'11,9% è
a coltivazioni permanenti (13.500 ettari circa), costituite
soprattutto da frutteti e vigneti specializzati. Solo una parte
minima, il 6,1%, concentrata nelle zone marginali del Comprensorio
(dove l'agricoltura ha subito una forte estensivazione) è a prato
permanente e pascolo. Le colture foraggere avvicendate, un tempo
parte importante e necessaria di aziende che erano sempre dotate di
bestiame (da lavoro e carne), attualmente copre soltanto un quarto
delle superfici a seminativo (mentre a livello provinciale è quasi un
terzo). Anche queste sono localizzate in prevalenza nelle
zone declivi della collina oppure nei terreni più poveri della
pianura. Nel Comprensorio, in genere, l'allevamento di
animali, sia bovini da carne o da latte, sia suini è piuttosto debole,
anche se abbastanza diffuso. Infatti, poco meno della metà delle
aziende del Comprensorio realizza qualche tipo di allevamento, ma solo
un decimo (circa 1.100 aziende) si dedica all'allevamento di bovini
(con 29 capi in media per azienda) e altrettante aziende allevano
suini (con 34 capi in media per azienda). Ben pochi
sono, sia per i bovini che per i suini, gli allevamenti ben
dimensionati, mentre la maggior parte rientra nelle attività delle
aziende a base familiare. Rispetto al resto
della provincia, si può dire che il Comprensorio presenta una
più tenue attitudine zootecnica (il 41,9 degli allevamenti bovini col
46,5% dei capi, il 47,9% di quelli suini col 39,4% dei capi).
Del resto, è ben noto che la zootecnia della provincia è
sensibilmente concentrata in sinistra del fiume Reno, che è fuori del
Comprensorio della Bonifica Renana. Un
ulteriore aspetto produttivo del Comprensorio è che concentra oltre il
70% della superficie orticola della provincia, giungendo a 2.120
ettari (contro una superficie provinciale di 2.964). Si tratta,
tuttavia, di una superficie che è di poco superiore al 2% della
superficie occupata dai seminativi. La disponibilità di acqua
irrigua è, naturalmente, un fattore che favorisce l'espansione
dell'orticoltura e anche della più avanzata frutticoltura. La
superficie irrigua del Comprensorio, secondo il dato del censimento
dell'agricoltura 1990, è di 52.647 ettari (sempre escluse le aree di
Argenta, Firenzuola e Massa Lombarda), pari al 71,3% del totale
provinciale e di questi risultano irrigati 18.619 ettari (il 65,8%
della provincia) concentrati quasi esclusivamente nella fascia di
pianura del Comprensorio.
-
Secondo i dati stimati dal Consorzio la S.A.U. irrigua, cioè la
superficie delle aziende che praticano l'irrigazione, è, rispetto
all'ultimo censimento, superiore di circa 10.000 ha, mentre quella
effettivamente irrigata, nell'ambito dell'intero comprensorio
consortile, non supera i 16.000 ha, come indicato nel prospetto di
pagina seguente.
-
Questo dà atto di una agricoltura di notevole intensità produttiva,
incentrata soprattutto sulle produzioni vegetali. Per altro
verso, la dotazione di macchine ed attrezzature meccaniche del
Comprensorio appare elevato, con una trattrice ogni 6-7 ettari di
superficie agricola utilizzata (il Comprensorio comprende il 56,4%
delle trattrici di tutta la provincia). Anzi, si
osserva una sensibile "sovra-meccanizzazione", anche se una parte
notevole del parco esistente risulta essere tecnicamente superato (ma
pur sempre funzionante). Infine, un dato che completa il quadro
della struttura agraria del Comprensorio è l'impegno di lavoro umano.
Si tratta, sempre secondo il censimento dell'agricoltura del
1990, di 2.836.000 giornate (il 50,2% del totale provinciale), pari a
25 giornate (200 ore di lavoro) in media per ettaro di superficie
agricola utilizzata.
-
Si tratta, come si può ben comprendere, di un carico considerevole
che, per quanto si tratti in prevalenza di lavoro familiare, quindi
disposto ad esercitarsi anche a salari ridotti, e di lavoro
prestato in notevole misura da lavoratori anziani, può essere
giustificato solo da una agricoltura intensiva. In effetti, il
dato medio del valore aggiunto realizzato dall'agricoltura
provinciale, secondo la disaggregazione operata dall'Istituto
Guglielmo Tagliacarne, è intorno ai 4 milioni per ettaro di superficie
agricola utile, quindi si può immaginare che nel Comprensorio della
Bonifica Renana venga realizzato un valore aggiunto superiore ai 500
miliardi di lire, di cui oltre la metà va a retribuire il lavoro
-
[1] Cfr. Icilio Tornani - Notizie e dati statistici sul Reno e suoi influenti - Memoria- Milano 1882
-
[2] Cfr. Franco Cazzola - La Bonifica del Polesine di Ferrara dall'età estense al 1885-
-
La Grande Bonificazione Ferrarese - Ferrara 1987
-
[3] Cfr. Giovanni Tocci - Bonifiche in Emilia - Romagna dal '500 ai primi del '900.- I settant'anni del Consorzio della Bonifica Renana - Bologna 1980
-
[4] Cfr. P.Antonio Lecchi - Memorie idrostatico-storiche - Modena 1773
-
[5] Cfr. C.Poni - Sviluppo, declino e morte dell'antico distretto industriale urbano - Storia illustrata di Bologna - Milano 1989 ed anche A.Giacomelli - Le aree chiave della bonifica bolognese -
-
Problemi d'acque a Bologna in età moderna -Bologna 1981
-
[6] Cfr. G.Veronesi - Notizie storiche e statistiche intorno ai Consorzi di scolo- Bologna 1874
-
[7] Camera dei Deputati, Seconda relazione sulle Bonifiche del Regno, Atti parlamentari Roma 1907 p. 115
-
[8] Camera dei Deputati, Terza Relazione sulle Bonificazioni del Regno, Atti Parlamentari, Roma 1915 p. 187
-
[9] A. Serpieri - La Bonifica nella storia e nella dottrina - Bologna 1957
[10] Allegati : Tavola n.1
-
[11]
E.Todini & Partners - Indagine statistica sulle piogge intense nel
Comprensorio del Consorzio Bonifica Renana -Bologna 1990
[12]Coefficiente
udometrico = portata massima per unità di superficie che si verifica con una prefissata frequenza Tempo di corrivazione = tempo impiegato dalle acque meteoriche a raggiungere la sezione terminale del corso d'acqua
-
[13]
Allegati - tavola n.. 3
-
[14]Formazione
geologica caratterizzata da alternanza di stratificazioni
marnoso-arenacee del Miocene
-
[15]
Istituto Guglielmo Tagliacarne - I redditi e i consumi in Italia .
Ed.Franco Angeli - Milano 1990 e oltre Istituto Guglielmo
Tagliacarne - Il reddito prodotto in Italia - Un'analisi a livello
provinciale - anni 1980-1991 - Franco Angeli - Milano 1993
-
[16] Si
veda in proposito lo studio: Vincenzo Patuelli - Dinamica degli
indirizzi produttivi nell'antica area della canapicoltura emiliana -
Bologna 1960